Instagram ha ucciso gli intellettuali
Come siamo passati da Pier Paolo Pasolini e Carla Lonzi ai guru-influencer dell'editoria e dei social - senza nemmeno accorgercene
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Premessa: questa è una riflessione totalmente personale su editoria, giornalismo e ruolo degli intellettuali oggi. Non nasce come attacco contro qualcuno in particolare, anche se verranno fatti nomi di personaggi pubblici a titolo di esempio. Non voglio demonizzare nessun attivista, divulgatore o esperto che utilizza i social per diffondere saperi, notizie o opinioni, né chi ne fruisce. La mia analisi ha come obiettivo quello di analizzare i meccanismi che producono alcune delle contraddizioni che viviamo oggi, e per porre degli spunti di riflessione. L’ispirazione a trattare questa tematica, che comunque mi è sempre stata a cuore, viene da questo articolo, “The death of the public intellectual”, che vi invito a leggere.
Tutti conosciamo - e abbiamo canticchiato almeno una volta - la famosissima canzone Video killed the radio star dei The Buggles, uscita nel 1979. Il celebre brano racconta di una popstar radiofonica che viene soppiantata dagli artisti che utilizzano i video musicali come nuova forma di espressione artistica, rivoluzionando del tutto il modo in cui la musica e l’arte veniva fruita dal grande pubblico e segnando per sempre il primato della televisione sulla radio, ormai relegata a mezzo di comunicazione di serie B. Anche i Queen, una delle band più importanti della storia della musica, hanno parlato del declino della radio nel brano Radio Ga Ga. Freddy Mercury, a proposito, cantava: “Someone still loves you…” (“Qualcuno ancora ti ama”), mettendo in musica la nostalgia e la malinconia profonda che il superamento della radio ha provocato a chi, di radio e musica, ne aveva fatto il pilastro della propria arte. Questi due brani, concettualmente così semplici, mettono in realtà in musica l’analisi di un cambiamento che avrebbe travolto per sempre i meccanismi della comunicazione e, di conseguenza, la società.
Perché sto parlando del crollo della radio negli anni ‘70, dei Queen e della nascita della televisione in una newsletter che si occupa di geopolitica e crisi internazionali? In realtà, il collegamento non è così contorto come può sembrare. E’ proprio in questa epoca di crisi internazionale, di conflitti e disorientamento generale che dobbiamo rispondere a una domanda fondamentale: che fine hanno fatto gli intellettuali? Dove sono quelle figure di spicco che dominavano il panorama socio-culturale italiano durante gli anni ‘70 - ‘80, che prendevano posizione, che offrivano strumenti di comprensione della realtà, che manifestavano a fianco degli operai e partecipavano con fervore al dibattito pubblico sui più grandi temi dell’epoca? Insomma: dove sono finite quelle persone che possono aiutare il pubblico a orientarsi nel caos di un mondo sempre più in fiamme, che pongono interrogativi, articolano le questioni e, soprattutto, che prendono posizione?
La risposta è semplice: Instagram ha ucciso gli intellettuali, esattamente come “il video ha ucciso la star della radio”.
Un tempo, l’intellettuale era una figura sì estremamente colta e autorevole, ma spesso anche ribelle, provocatoria, contraddittoria, ricca di luci e ombre, a tratti controversa. All’intellettuale non interessava più di tanto piacere al pubblico, sposare tesi maggioritarie o esprimere posizioni comode. Non aveva alcuna pretesa a risultare simpatico: al contrario, partecipando spesso alla vita politica e al dibattito pubblico, ed essendo coinvolto in partiti e movimenti, gli scontri tra posizioni e opinioni erano quasi sempre feroci e ai confronti dialettici si partecipava senza esclusione di colpi. Concetti come neutralità o imparzialità neanche esistevano: queste sono categorie peculiari alla nostra società contemporanea occidentale, profondamente de-politicizzata e post-storica. Una società dove la politica, la presa di posizione pubblica è concepita come intrinsecamente negativa, piuttosto che, come era classicamente intesa, la partecipazione attiva alla vita della città - polis -: l’attività che trasforma l’uomo in cittadino, in uomo che partecipa, perché libertà è partecipazione, come cantava Gaber. Partecipazione alla vita sociale, e quindi politica: perché politica - compresa quella internazionale - e società sono intrecciate indissolubilmente.
Oggi viviamo in una realtà completamente diversa. Di fronte al genocidio in corso in Palestina, i cittadini sono diventati estremamente più capaci di prendere posizione, indignarsi, organizzarsi e mettersi in comunicazione tra loro rispetto agli intellettuali di riferimento del panorama italiano. Penso a un Roberto Saviano, o, facendo riferimento a un episodio avvenuto solo ieri, al caso Chiara Valerio. Dopo due anni di massacro indiscriminato, all’eliminazione fisica, per la maggior parte di donne e bambini piccoli, e di fronte a un’orrenda carestia, quelle che ci si aspettava fossero le voci più forti a difesa di i valori e i princìpi comuni si sono rinchiuse in un silenzio quasi imbarazzato. Come è potuto accadere tutto questo?
Qui bisogna fare un passo indietro e capire come funziona l’editoria e la produzione culturale nell’Italia contemporanea. Siamo passati dalla cultura come “vocazione” (dal latino vocare, che come il tedesco Beruf indica una “chiamata” in senso quasi-teologico) alla cultura di mercato, dove i contratti editoriali, le case editrici, gli “amici degli amici” hanno del tutto sostituito il ruolo dell’intellettuale come voce del dissenso, come anche del giornalista come ‘cane da guardia del potere’. Oggi l’intellettuale o il giornalista per salvaguardare la propria posizione di privilegio nel panorama culturale contemporaneo, è costretto a fare esattamente il contrario di un Pasolini o di una Carla Lonzi, che addirittura Sputava su Hegel: essere il più possibile comodo, non pestare i piedi a nessuno, non esprimere dissenso. Assumere posizioni critiche, ad esempio per denunciare il massacro in corso in Palestina, o su qualsiasi altro tema di rilevanza nazionale o internazionale, rende automaticamente la figura dell’intellettuale totalmente repellente per il sistema informativo-culturale contemporaneo, basato invece sull’uniformità e la totale de-politicizzazione del pensiero. L’intellettuale o il giornalista non deve prendere posizione. Ma essere imparziali significa proprio non prendere parte, rendere dunque asettico qualsiasi tema, discussione o problematica. L’intellettuale, da che metteva a servizio degli altri la propria intelligenza e il proprio talento, lo mette adesso a servizio del proprio interesse personale e carrieristico, al mantenimento della propria posizione di potere - e, di conseguenza, del mantenimento delle cose esattamente così come sono. Ed è così che l’intellettuale, un tempo avanguardia culturale e politica, è stato superato dal suo stesso pubblico, trasformandosi in retroguardia: la condanna a Israele da parte di queste figure è arrivata con oltre due anni di ritardo rispetto a quella delle decine di migliaia di persone che a ottobre 2023 manifestavano a Roma per chiedere il cessate il fuoco, parlando apertamente, già all’epoca, di genocidio.
Il crollo della funzione pubblica dell’intellettuale avviene, non a caso, di pari passo anche con un declino culturale generale importante. Poco tempo fa leggevo, per curiosità, la classifica dei libri più venduti in Italia: uno dei più acquistati su Amazon era La dieta Chetogenica - a modo mio. Mi sono chiesta due cose. La prima è: ma io cosa scrivo a fare, se nessuno mi legge? La seconda, decisamente più importante, è: come siamo arrivati a tutto questo? La risposta, come vi avrà detto vostra madre almeno una volta nella vita, è sempre lì: quel maledetto telefono. Se, infatti, durante gli anni ’60, ’70 e ’80 gli intellettuali si muovevano in un panorama mediatico molto limitato, in cui le reti televisive erano poche, così come giornali, riviste e case editrici, oggi chiunque possegga un telefono può esprimere la propria opinione e far sentire la propria voce attraverso i social network. La nascita dei social ha dato il via a delle conseguenze fondamentali:
La fine dell’autorità intellettuale
La fine della complessità a favore della velocità
L’enorme quantità di voci disponibili sui social ha reso davvero difficile attribuire e saper riconoscere un’autorità intellettuale da un semplice news influencer o book-influencer. Chiunque abbia un bacino di followers più o meno ampio diventa, automaticamente, un punto di riferimento culturale: se così tante persone seguono questo o questa tizia, ci sarà un motivo. Se un tempo, prima di affermarsi come intellettuale e guadagnarsi palcoscenico e microfono bisognava pubblicare libri, partecipare a convegni, al dibattito pubblico con altri intellettuali, e anche alla vita politica e sociale, oggi il processo si è rovesciato: si pubblicano libri e si diventa parte della vita pubblica perché si ha già un pubblico. L’editoria si è così trasformata in industria culturale: scrittori talentuosi ma sconosciuti vengono pubblicati con anticipi miseri (o, per la maggior parte, non vengono pubblicati affatto). Addirittura, accademici e ricercatori pagano di tasca propria le case editrici per poter vedere i loro studi pubblicati. Al contrario, gli opinionisti del web, i news influencer o semplicemente chi per un motivo o per un altro è conosciuto sui social firma contratti editoriali da decine di migliaia di euro con le più importanti case editrici. Questo perché l’editoria è un mercato, e, come a qualsiasi mercato, interessa vendere: se Tizio X o Tizia X possono contare su decine o centinaia di migliaia di followers, è sicuro che il libro avrà un margine di vendita piuttosto alto, senza che la casa editrice si debba neanche impegnare più di tanto nella promozione del libro, e con un margine di rischio per l’editore piuttosto basso. Di conseguenza, i libri degli influencer sono spesso prodotti estemporanei, di cui si parla - di solito esclusivamente sui social - per i primi tre mesi, per poi scomparire del tutto sia dalle storie Instagram dell’autore che dagli scaffali delle librerie: questo perché sono prodotti, e, come tutti i prodotti, hanno una data di scadenza. Non avendo ambizione - né la possibilità - di diventare testi di riferimento politici o culturali, che richiedono studio, ricerca, competenze, profondità analitica, teorica e politico-intellettuale, il libro diventa un fenomeno transitorio che nel giro di poco finisce nel dimenticatoio come qualsiasi altro bene di consumo. Libri del genere hanno per il mercato la stessa funzione della maglietta che hai comprato su Shein l’anno scorso in preda allo shopping compulsivo: alimentare il capitalismo attraverso la promozione del consumo - in questo caso editoriale.
E qui arriviamo al secondo punto: i social prediligono la velocità piuttosto che la complessità. I news influencer e gli opinionisti social hanno spesso l’ossessione di spiegare le cose in modo semplice. Complessi temi politici, sociali o internazionali vengono offerti al pubblico come a un neonato si offre il cucchiaino di omogenizzato. Dal Covid, alle migrazioni, al conflitto russo-ucraino, a come si vota alle elezioni fino ad arrivare alla guerra tra Iran e Israele: tutto è riassumibile con delle infografiche o con un reel giornaliero in cui alla gente non viene richiesto di pensare, informarsi o leggere libri, ma di consumare quello specifico contenuto, solitamente sul trend del giorno o della settimana. I social rincorrono la notizia piuttosto che l’analisi della notizia, in un meccanismo che si autoalimenta e che sommerge il pubblico di stimoli incessanti e continui che per loro stessa natura sono incompatibili con il pensiero critico, che richiede tempo, analisi, confronto delle fonti. Questa estrema semplificazione si lega a doppio filo col mercato editoriale. I reel luccicanti, le infografiche colorate, il libro nuovo di zecca che riassume tutto lo scibile umano in duecento pagine è ciò che invece deve essere consumato. Ed è così che l’influencer diventa autore ed entra a gamba tesa nel dibattito pubblico e culturale, partecipa a presentazioni, viene invitato a dibattiti pubblici e convegni - la quasi totalità delle volte senza avere alcuna competenza scientifica o accademica sui temi di cui si fa portavoce. L’unica regola da seguire non è più di cosa parlare, ma di cosa parla la gente adesso, qual è il trend oggi, cos’è che tira in questo periodo.
La nascita dei social ha comportato un’altra conseguenza importante: la fine del pubblico di massa e la nascita delle “bolle”. Il pubblico di massa è morto insieme all’intellettuale. Oggi, con l’avvento dei social, ogni figura più o meno conosciuta fa parte di una ‘bolla’, che solitamente non è in comunicazione con tutte le altre. Queste bolle di pubblico sono infinitamente piccole rispetto alla grandezza della massa: lo share più basso di qualsiasi programma tv è comunque maggiore del pubblico che fa parte di una qualsiasi di queste bolle. Basta ascoltare i discorsi per strada, ai tavoli del ristorante, sui mezzi pubblici: intercettare di cosa parla davvero la gente lì fuori. Là, nel mondo reale, quasi nulla di ciò che accade sui social impatta in qualche modo nella vita quotidiana di decine di milioni di persone. Eppure, ognuno di questi personaggi è in costante lotta per accaparrarsi una fetta sempre maggiore di bolla, a ritmo di infografiche e reel, perché più pubblico vuol dire più soldi di anticipo per il prossimo libro e più possibilità di entrare nei giri che contano.
Detto questo, non bisogna neanche cadere nella trappola della demonizzazione tout-court dei social, i quali hanno comunque dato voce anche a studiosi, attivisti, giornalisti e scrittori che altrimenti non avrebbero avuto spazio nel dibattito pubblico. E, soprattutto durante il massacro in Palestina, i social hanno rappresentato e rappresentano ancora il principale strumento di diffusione di immagini e notizie altrimenti censurate, nonché di canalizzazione e organizzazione del dissenso pubblico. Non si tratta quindi di “abbandonare i social”, che sarebbe una forma inutile e regressiva di luddismo, ma di “abitare la contraddizione”, utilizzare il medium semplicemente come strumento e mai come fine.
Anche io, da persona che ha iniziato la propria attività di divulgazione sulla politica internazionale - tema che studio da anni - proprio sui social, ormai li utilizzo solo se sento di avere davvero qualcosa da dire, e per indicare spazi di incontro al di fuori dei social.
Perché è proprio in questo clima di crisi internazionali che oggi più che mai è necessario riscoprire invece la critica, l’analisi, la comprensione delle cose - e delle loro cause. E’ fondamentale non cedere a questa comodificazione della cultura: delegare a questo o quell’opinionista social il compito di spiegarci qualsiasi avvenimento accada in trenta comodi secondi di reel, in quattro slide su Instagram o in qualche pagina di libro, che spesso non è altro che una raccolta di stories o post già pubblicati. Così come è profondamente necessario comprendere e disinnescare i meccanismi che sono alla base del mercato editoriale e culturale italiano, e mettere gli intellettuali di fronte al proprio silenzio. Si tratta di cercare gli intellettuali nei luoghi in cui si trovano: nei movimenti politici, nelle accademie, persino negli odiatissimi partiti, e soprattutto nei classici della tradizione, che per loro stessa natura, per quante volte vengano letti e studiati, restano inconsumabili.
E, infine, si tratta di togliere lo scettro di intellettuale a chi oggi è incapace di prendere posizione: perché tradisce quella che dovrebbe essere l’essenza stessa, la funzione pubblica e il tratto irrinunciabile dell’intellettuale. Oggi come allora.
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Analisi molto puntuale e che si riscontra anche nel mio lavoro.
Il mondo del cibo e del turismo, ormai, sono appannaggio dei trend social: tutti vogliono la carbocrema, gli smash burger e i cibi high protein; tutti vogliono visitare quell’angolo di montagna o di città che vedono sui social oppure farsi un selfie a Venezia; e dall’altra parte, tutti vogliono adottare il trend del momento per sperare in qualche like in più o di comparire tra i consigli dell’algoritmo.
E in un panorama simile, che fine fanno l’autenticità e la spontaneità di una buona storia?
Che fine fanno i nostri sensi?
Semplice: vengono appiattiti dall’annullamento della varietà e della complessità.
Come ho scritto sulla mia ultima newsletter: «Internet è e rimane un mezzo meraviglioso, ma ha senso solo quando ci aiuta a scoprire il mondo per poi viverlo in prima persona (altrimenti è aria fritta).»
Non posso che sottoscrivere ogni singola virgola.